[la seconda volta che dante vide beatrice
fu un certo giorno dell’anno 1283. dante,
a diciott’anni, indossava una tunica,
il lucco dei fiorentini, e proteggeva
il capo col cappuccio, una cuffia
lunga fino a toccar le spalle.
beatrice apparve ad un angolo, così
narra cristiano, il martins, quel poeta
di montes claros, autore dell’elegia de abril,
e traduttore dell’opera divina in portoghese.
due dame di quel medioevo in riva d’arno
affiancavano la fanciulla d’un anno appena
più giovane di dante. e in un fugace sguardo,
istante colibrì, talmente rapido, talmente
attimo, quasi dissolvimento dell’istante, ella
posò i verdi occhi su di lui, un dolce
vortice, un pendolo, un palpito, un fruscio.
fu sufficiente perché il ragazzo, in trance,
di quell’istante, per la vita, facesse un alimento,
ne percorse la corrente, il fiume senza posa
dell’amor da monte a valle, così forte
ma così forte, ch’egli tosto s’allontanò da lì,
tornò alla stanza della casa ove viveva
col fratello francesco, essendo già morti
donna bella e il funzionario alighiero, e solo,
nella solitudine onirica tra torpore ed estasi,
dante dormì, e sognò, e nel sogno beatrice
teneva in mano un vermiglio cuore, in fiamme.
era la seconda volta che dante vedeva beatrice, così
narra cristiano, il martins, il poeta
dell’elegia de abril. ed ora, che siamo a maggio,
così racconto io in modo rude ed estroso: invado le mura
di firenze, rivisito il borgo, rivedo quell’incendio
sulla piazza, osservo la linfa nel suo grezzo elemento,
dante e beatrice, colla e vischio, amalgama,
attimo e inizio, vita nuova, opera al punto
di fusione, giacché stava nascendo il sonetto.]
(Traduzione italiana di Manuela Colombo)
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