VISUALIZAÇÕES DE PÁGINA

27.3.26

[IRRADIAÇÕES CONTÍNUAS]

[Cada vez mais ele se entusiasmava com a ideia das irradiações contínuas. Na origem desse entusiasmo, estava a velha e conhecida imagem de uma pedra atirada a um lago, e os círculos concêntricos irradiados a partir do ponto onde houve tal queda. Fechava os olhos e imaginava: ondas em anéis consecutivos pela superfície d´água, até o seu total desaparecimento.

No caderno, ali onde a primeira letra de um texto surge da fricção do grafite contra as ranhuras do papel, ele percebia a força irradiadora de um nascimento. Assemelhável a uma semente cujo estalo, em algum momento do dia ou da noite, desencadeia o processo da germinação. Atos irradiáveis que a mão do escritor (ou a mão do lavrador) provoca no curso do tempo.

A luz da manhã de Belo Horizonte que vazava por uma cortina improvisada, de repente, também pediu permissão para entrar nessa dança das irradiações contínuas. Era uma delicada luz, sem peso ou volume, mas corporificada em lâminas que vinham ao caderno como se uma revoada de minúsculos pássaros em algazarria, essa palavra que talvez não exista, mas que foi irradiada qual semente, qual a própria pedra no lago, a partir da palavra-mãe algazarra.

Todo o ato de escrever parecia eclodir nessas e dessas irradiações: a ideia da primeira frase, a partícula inicial da letra ainda titubeante, dúbia, ágrafo desenho, haste que podia presentificar no papel uma vogal ou uma consoante. Ou até mesmo nada, apenas a garatuja ininteligível de um texto abortado, texto-feto, morto ainda nascituro. Essa moenda, esse moinho das irradiações.

Continuava a vazar a luz de Belo Horizonte pelas janelas têxteis da cortina improvisada, e ele igualmente pensou no silêncio. No "corpo" do silêncio, no silêncio como geografia suspensa no ar, como se geografia apoiada e sustentada por mãos em côncavo, mãos aparadoras, mãos, as mesmas mãos que colhem água de uma fonte. O silêncio pegável, muito embora o paradoxo de aparentemente não ter o silêncio qualquer densidade. Silêncio, no entanto, irradiador.

Ele pensou: todo livro, qualquer livro nasce dessas irradiações imaginadas. Toda escrita, toda garatuja, até o aborto dos livros. E fechou os olhos e mentalizou um diagrama de linhas e traços para essas irradiações que, cada vez mais, provocavam nele entusiasmo e devoção. E se a história humana parece tender para uma tragédia inexorável, como um tijolo de adobe que se esfarela, ele via nessas irradiações da escrita um conforto, uma quase paz ainda que arrodeada por incêndios.]

[DAS EXTINÇÕES]


[humanos talvez não estejam mais aqui em alguns centenares de anos. 

e talvez não façam falta na paisagem já tão desolada da terra. 

falta farão certamente o golfinho, o elefante, a abelha, a aranha, tantos insetos, tantos mamíferos, os peixes, vejam, os peixes, e as ervas, e o rumor das águas, o trovão, a chuva, sim, a chuva. 

em alguns centenares de anos talvez até a palavra humano tenha desaparecido pelo fogo intermitente dos drones, e os próprios senhores da guerra, da guerra interminável, os próprios senhores da guerra serão os alvos de seus próprios armamentos, de seus aviões bombardeios, seus navios, seus satélites, suas bocas em sangue, suas mãos embebidas em sangue, o sangue alheio e o próprio sangue. 

que seja feita então a vontade desses carniceiros como o carniceiro que assassina inocentes em gaza. 

que eles sejam destruídos. 

e que as manhãs dos séculos vindouros sejam abençoadas pelos passarinhos, pelos besouros, pela correnteza dos rios, pelos bichos todos, pela natureza toda em sua tarefa heroica de reconstruir a terra da ação desses genocidas.]

[E DANTE VIDE BEATRICE]



[la seconda volta che dante vide beatrice
fu un certo giorno dell’anno 1283. dante,
a diciott’anni, indossava una tunica, 
il lucco dei fiorentini, e proteggeva 
il capo col cappuccio, una cuffia 
lunga fino a toccar le spalle.

beatrice apparve ad un angolo, così
narra cristiano, il martins, quel poeta
di montes claros, autore dell’elegia de abril,
e traduttore dell’opera divina in portoghese.

due dame di quel medioevo in riva d’arno
affiancavano la fanciulla d’un anno appena
più giovane di dante. e in un fugace sguardo, 
istante colibrì, talmente rapido, talmente
attimo, quasi dissolvimento dell’istante, ella
posò i verdi occhi su di lui, un dolce
vortice, un pendolo, un palpito, un fruscio.

fu sufficiente perché il ragazzo, in trance,
di quell’istante, per la vita, facesse un alimento,
ne percorse la corrente, il fiume senza posa
dell’amor da monte a valle, così forte
ma così forte, ch’egli tosto s’allontanò da lì,
tornò alla stanza della casa ove viveva
col fratello francesco, essendo già morti
donna bella e il funzionario alighiero, e solo,
nella solitudine onirica tra torpore ed estasi,
dante dormì, e sognò, e nel sogno beatrice 
teneva in mano un vermiglio cuore, in fiamme.

era la seconda volta che dante vedeva beatrice, così
narra cristiano, il martins, il poeta
dell’elegia de abril. ed ora, che siamo a maggio,
così racconto io in modo rude ed estroso: invado le mura
di firenze, rivisito il borgo, rivedo quell’incendio
sulla piazza, osservo la linfa nel suo grezzo elemento, 
dante e beatrice, colla e vischio, amalgama, 
attimo e inizio, vita nuova, opera al punto
di fusione, giacché stava nascendo il sonetto.] 

(Traduzione italiana di Manuela Colombo)

26.3.26

[LA POESIA E LA COMPRENSIONE]


[l’esperienza della poesia
è l’esperienza della comprensione.

quell’ombra sotto il tavolo,
l’uomo che cerca un indirizzo,

grida nel vicinato, l’agitazione,
la lama, la strada, la dispersione

delle nuvole, la mano umida, il biglietto
trovato per strada, l’imbarazzo,

la data dimenticata, questi avanzi,
questi residui, queste briciole
della giornata, quel che non si sa.]

(Traduzione italiana di Manuela Colombo)

25.3.26

[BALLATA DEL FIL DI FERRO]


[se lo desidera, il poeta appenderà

la sua poesia a uno stendino
all’aperto, la lascerà lì alla notte
e al giorno, alla pioggia e al sole,
vedrà la poesia decomporsi
come feci di corvo,
come feci di colibrì,
pallottole vaganti trapasseranno
la poesia su questo stendino
che trasuda ruggine,
dei critici passeranno su cavalli
rossi e sulla poesia
depositeranno la macchia
untuosa di una recensione puerile,
oppure no, scenderà dalla notte
la mesta polvere delle anime di latta,
la pioggia acida disegnerà sulla poesia
geroglifici apocalittici, tutto ciò
nel caso il poeta desideri appendere la sua poesia
a questo stendino all’aperto, lì dove la città
fa una deviazione e prosegue indifferente
a questi feti di poesie abbandonate
dagli algoritmi, e delle lumache saliranno
sul fil di ferro lasciando una pista di muco
e bava tra le righe, le strofe,
le immagini, e dei gatti verranno nottetempo
per schizzare sulla poesia il loro piscio, delle ninfe
squartate canteranno il requiem
per la fine di tutto, questo nel caso il poeta
desideri appendere la sua poesia a uno stendino
all’aperto, come se lì lasciasse
le spoglie d’un lavoro inutile.]

(Traduzione italiana di Manuela Colombo)

[CHI LEGGEREBBE UN RACCONTO TANTO BREVE?]

Il racconto era brevissimo, era quasi un sospiro di farfalla tant’era fugace, perciò avvertimmo quelli che passavano per la Rua Torta che non s’illudessero, non s’aspettassero il più clamoroso degli eventi creativi. Flaubert, ancora col turbante, conversava sulla porta della barbieria con Coelho Neto, e Rimbaud, in bicicletta, mostrava la lingua a Dona Ordália, la Santa. La Rua Torta era la via del cinema o la via del ballo o la via del circo, a seconda dell’ora.

Avvertiti che il racconto era brevissimo, i passanti e gli erranti e i transitanti potevano lasciare le illusioni dentro le borse. Si era solo in dubbio circa il lettore del racconto. Chi sarebbe stato? Chi avrebbe potuto leggere un così lieve e inconsistente testo di due righe, a dir tanto? Onofre, da sempre lettore ad alta voce fin da quando era chierichetto, s’era trasferito a San Paolo. Jardel, anticomunista arrabbiato, aveva ottenuto un posto di osservatore di nuvole a Brasilia. E l’Antonio? Antonio era un caso perduto.

Il racconto brevissimo brillava nel chiarore del mattino. Tra un discorso e l’altro, l’alcalde della via, Tomás, ebbe l’dea di portare un altoparlante di quelli usati nei bazar turchi. José Taranto, che si faceva passare per magistrato, portò una cassetta di mele. C’era una caterva di cani nella via a quell’ora. Fioriere alle finestre sprigionavano in certe case il pericoloso odore del peccato. L’ex governatore si grattava la verruca. E noi, gli autori del racconto brevissimo, tendevamo cordoni lungo la via, come se fossero fili del telegrafo.

Le dieci del mattino e niente. Mezzogiorno e niente. Le due del pomeriggio e niente. Chi avrebbe letto il racconto brevissimo per far sì che le novelle non si svalutassero come sementi camolate? Chi sarebbe stato il lettore di quelle briciole di parole, parolone e parolacce? Quando il carillon di Dom Acácio, il poliglotta, suonò le quattro del pomeriggio, ebbe inizio un tumulto nella Rua Oblíqua, parallela alla Rua Torta. Da una parte avanzava la marcia delle Signore Griffate, dall’altra la marcia delle Signore Siliconate. Lì al numero 44, i due cortei marcianti si affrontarono. Ci fu uno scontro a fuoco di improperi. Sottovesti furono strappate. Bisturi vedovanti furono gettati alla polvere.

Carlo Emilio Gadda, che chiacchierava con Flaubert già sulla porta della Cantina, decise di leggere il racconto brevissimo. Gadda, nonostante lo stile tortuoso, era gradito alle fazioni discordanti. Si fece silenzio. I cani s’ammucchiarono con i sensi all’erta sui marciapiedi. In lontananza, un mercantile emise con impeto il suo fischio. Farfalle gioiose sospesero i loro voli di tardo meriggio. 

Aspettavano. Gadda, allora, col minuscolo foglietto manoscritto nelle mani grassocce, si schiarì la voce. Cominciava la lettura. Silenzio. Pausa. Il mondo ora estatico, il mondo ora statico. E allora esplose la bomba atomica.

(Traduzione di Manuela Colombo)