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27.3.26
[IRRADIAÇÕES CONTÍNUAS]
[DAS EXTINÇÕES]
[humanos talvez não estejam mais aqui em alguns centenares de anos.
e talvez não façam falta na paisagem já tão desolada da terra.
falta farão certamente o golfinho, o elefante, a abelha, a aranha, tantos insetos, tantos mamíferos, os peixes, vejam, os peixes, e as ervas, e o rumor das águas, o trovão, a chuva, sim, a chuva.
em alguns centenares de anos talvez até a palavra humano tenha desaparecido pelo fogo intermitente dos drones, e os próprios senhores da guerra, da guerra interminável, os próprios senhores da guerra serão os alvos de seus próprios armamentos, de seus aviões bombardeios, seus navios, seus satélites, suas bocas em sangue, suas mãos embebidas em sangue, o sangue alheio e o próprio sangue.
que seja feita então a vontade desses carniceiros como o carniceiro que assassina inocentes em gaza.
que eles sejam destruídos.
e que as manhãs dos séculos vindouros sejam abençoadas pelos passarinhos, pelos besouros, pela correnteza dos rios, pelos bichos todos, pela natureza toda em sua tarefa heroica de reconstruir a terra da ação desses genocidas.]
[E DANTE VIDE BEATRICE]
[la seconda volta che dante vide beatrice
fu un certo giorno dell’anno 1283. dante,
a diciott’anni, indossava una tunica,
il lucco dei fiorentini, e proteggeva
il capo col cappuccio, una cuffia
lunga fino a toccar le spalle.
beatrice apparve ad un angolo, così
narra cristiano, il martins, quel poeta
di montes claros, autore dell’elegia de abril,
e traduttore dell’opera divina in portoghese.
due dame di quel medioevo in riva d’arno
affiancavano la fanciulla d’un anno appena
più giovane di dante. e in un fugace sguardo,
istante colibrì, talmente rapido, talmente
attimo, quasi dissolvimento dell’istante, ella
posò i verdi occhi su di lui, un dolce
vortice, un pendolo, un palpito, un fruscio.
fu sufficiente perché il ragazzo, in trance,
di quell’istante, per la vita, facesse un alimento,
ne percorse la corrente, il fiume senza posa
dell’amor da monte a valle, così forte
ma così forte, ch’egli tosto s’allontanò da lì,
tornò alla stanza della casa ove viveva
col fratello francesco, essendo già morti
donna bella e il funzionario alighiero, e solo,
nella solitudine onirica tra torpore ed estasi,
dante dormì, e sognò, e nel sogno beatrice
teneva in mano un vermiglio cuore, in fiamme.
era la seconda volta che dante vedeva beatrice, così
narra cristiano, il martins, il poeta
dell’elegia de abril. ed ora, che siamo a maggio,
così racconto io in modo rude ed estroso: invado le mura
di firenze, rivisito il borgo, rivedo quell’incendio
sulla piazza, osservo la linfa nel suo grezzo elemento,
dante e beatrice, colla e vischio, amalgama,
attimo e inizio, vita nuova, opera al punto
di fusione, giacché stava nascendo il sonetto.]
26.3.26
[LA POESIA E LA COMPRENSIONE]
quell’ombra sotto il tavolo,
l’uomo che cerca un indirizzo,
grida nel vicinato, l’agitazione,
la lama, la strada, la dispersione
delle nuvole, la mano umida, il biglietto
trovato per strada, l’imbarazzo,
la data dimenticata, questi avanzi,
questi residui, queste briciole
(Traduzione italiana di Manuela Colombo)
25.3.26
[BALLATA DEL FIL DI FERRO]
[se lo desidera, il poeta appenderà
la sua poesia a uno stendino
all’aperto, la lascerà lì alla notte
e al giorno, alla pioggia e al sole,
vedrà la poesia decomporsi
come feci di corvo,
come feci di colibrì,
pallottole vaganti trapasseranno
la poesia su questo stendino
che trasuda ruggine,
dei critici passeranno su cavalli
rossi e sulla poesia
depositeranno la macchia
untuosa di una recensione puerile,
oppure no, scenderà dalla notte
la mesta polvere delle anime di latta,
la pioggia acida disegnerà sulla poesia
geroglifici apocalittici, tutto ciò
nel caso il poeta desideri appendere la sua poesia
a questo stendino all’aperto, lì dove la città
fa una deviazione e prosegue indifferente
a questi feti di poesie abbandonate
dagli algoritmi, e delle lumache saliranno
sul fil di ferro lasciando una pista di muco
e bava tra le righe, le strofe,
le immagini, e dei gatti verranno nottetempo
per schizzare sulla poesia il loro piscio, delle ninfe
squartate canteranno il requiem
per la fine di tutto, questo nel caso il poeta
desideri appendere la sua poesia a uno stendino
all’aperto, come se lì lasciasse
le spoglie d’un lavoro inutile.]
(Traduzione italiana di Manuela Colombo)

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